martedì 24 dicembre 2024

LA STORIA DEL PANETTONE


L’origine del panettone è lombarda, anzi milanese. Sembra che esistesse già nel ‘200, come un primo pane arricchito di lievito, miele, uva secca e zucca. Nel ‘600 aveva la forma di una rozza focaccia, fatta di farina di grano e chicchi d’uva. Nell’800 il panettone era una specie di pane di farina di grano arricchito con uova, zucchero, uva passa (la presenza di quest’ultimo ingrediente aveva una funzione propiziatoria, quale presagio di ricchezza e denaro).


Ci sono varie leggende legate all’alchimia del panettone.

Una prima leggenda ambientata a fine ‘400, narra di Ughetto figlio del condottiero Giacometto degli Atellani, che si innamorò della bella e giovane Adalgisa. Per star vicino alla sua amata egli s’improvvisò pasticcere come il padre di lei, tal Toni. Ma date le umili condizioni della giovane, gli Atellani osteggiarono le nozze. Poiché gli affari del fornaio non andavano molto bene, Ughetto, per risollevare la situazione, si fece assumere come garzone dal fornaio e pensò di migliorare il pane aggiungendo burro e zucchero. Fu un successo. Non solo: durante una seconda preparazione aggiunse anche pezzetti di cedro canditi e uova, la nuova ricetta riscosse ancora più successo, tanto che tutto il borgo faceva la coda alla porta del fornaio per avere quel dolce. Erano i tempi di Ludovico il Moro, e la moglie duchessa Beatrice vista questa grande passione del giovane, aiutata dei padri Domenicani e da Leonardo da Vinci, si impegnò a convincere Giacometto degli Atellani a far sposare il figlio con la popolana. Fu così che i due giovani, come accade nelle favole, si sposarono e vissero felici e contenti. Il dolce frutto di tale amore divenne un successo senza precedenti, e la gente venne da ogni contrada per comprare e gustare il “Pan del Ton”.

Narra, una seconda leggenda, che per la vigilia di Natale, alla corte del Duca Ludovico, era stata predisposta la preparazione di un dolce particolare. Purtroppo durante la cottura questo pane a cupola contenente acini d’uva si bruciò, gettando il cuoco nella disperazione. Fra imprecazioni e urla, si levò la voce di uno sguattero, che si chiamava Toni, il quale consigliò di servire lo stesso il dolce, giustificandolo come una specialità con la crosta. Quando la ricetta inconsueta venne presentata agli invitati fu accolta da fragorosi applausi, e dopo l’assaggio un coro di lodi si levò da tutta la tavolata: era nato il “pan del Toni”.

Uno degli artefici del panettone moderno è stato Paolo Biffi, che curò un enorme dolce per Pio IX al quale lo spedì con una carrozza speciale nel 1847. Golosi del pant del ton sono stati molti personaggi storici: dal Manzoni al principe austriaco Metternich, quest’ultimo parlando delle “cinque giornate” disse dei milanesi: “Sono buoni come i panettoni”.

Nascita, sviluppo della forma e della confezione attuale del panettone sono databili alla prima metà del ‘900, quando Angelo Motta propose il cupolone e il “pirottino” di carta da forno, quasi a celebrare la crescita e l’importanza del preparato.


Fonte web

LA LEGGENDA DEL VISCHIO


La leggenda racconta di un vecchio e avido mercante, che viveva in un paese tra i monti e non aveva alcun amico. Una notte, non avendo sonno e rigirandosi nel letto senza posa, uscì di casa e vide tantissime persone in cammino.

«Fratello – gli gridarono – non vieni?». “Fratello”, a lui fratello che non aveva fratelli. Era un mercante e per lui esistevano solo chi comprava e chi vendeva; non gli importava chi fossero e che cosa facessero.

Incuriosito si unì a un gruppo di vecchi e di fanciulli. “Fratello, – ripeteva dentro di sé – sarebbe stato bello avere tanti fratelli”, ma il suo cuore gli sussurrava che non poteva essere il fratello di nessuno. Non lui che aveva sempre sfruttato, ingannato, tradito la povera gente. Eppure tutti gli camminavano a fianco e gli rivolgevano sorrisi.

Giunti davanti alla Grotta di Betlemme li vedeva entrare l’uno dopo l’altro e nessuno era a mani vuote, nemmeno i poveri; lui soltanto, che invece era ricco, non aveva alcun dono.

Arrivato alla grotta, si inginocchiò: «Signore, – esclamò – ho trattato male i miei fratelli. Perdonami», e cominciò a piangere senza più smettere. Alla prima luce dell’alba quelle lacrime, segno di un cuore nuovo, splendettero come perle, in mezzo a due foglioline.

Era nato il vischio.


~ dal Web ~

venerdì 20 dicembre 2024

LA LEGGENDA DELL'ALBERO DI NATALE


Lo sapevate che le origini dell’albero di Natale sono pagane? Che intorno ad esso ci sono una infinità di leggende? La più toccante è quella del bambino che si perse nel bosco.

Tutto ebbe luogo moltissimi anni fa, il giorno della Vigilia di Natale. Quell’anno aveva nevicato moltissimo e l’unico modo per scaldare la casa era utilizzare della legna da ardere nel camino.

La leggenda dell’albero di Natale racconta la storia di un bambino, figlio di contadini, che viveva in un villaggio di campagna vicino una grande foresta. Subito dopo aver pranzato, il bambino decise di uscire per recarsi nel bosco: voleva cercare un ceppo di quercia da ardere nel camino la notte della Vigilia di Natale per rispettare una delle antiche tradizioni del suo villaggio.

Purtroppo, come ben sapete, le giornate in inverno sono più corte e le ore di luce durano davvero poco. Nonostante il bambino conoscesse quel bosco come le sue tasche, sopraggiunta la notte si perse.

Al ragazzino non restò altro da fare che cercare un riparo per trascorrere la notte così come gli avevano sempre detto i suoi genitori. Camminando lentamente tra gli alberi spogli illuminati dalla fioca luce della luna, cercò di trovare un posto adatto a lui ma non era affatto facile: non c’erano grotte, né capanne lì intorno; soltanto alberi.

Man mano che camminava, fiocchi di candida e gelida neve iniziarono a cadere giù dal cielo rendendo la sua ricerca ancora più difficile. Calde lacrime iniziarono a bagnarli il viso al pensiero di tutto ciò che si stava perdendo: la cena, i regali, l’affetto dei suoi genitori…

Stanco e affamato, s’imbatté in un bellissimo abete: uno dei pochi alberi rimasti verdi nonostante l’inverno. Asciugandosi le lacrime, vi si diresse cercando rifugio vicino al suo profumato tronco. Cullato dai rumori del bosco e stretto nel suo cappotto, si accucciò ai suoi piedi e si addormentò.

L’abete, che silenziosamente aveva assistito a tutta la scena, intenerito da quel piccolo esserino che si era rifugiato proprio sotto la sua chioma, decise di abbassare i suoi rami facendoli toccare quasi a terra in modo da stringerlo a sé e proteggerlo dalla neve.

Il giorno di Natale, il bambino fu svegliato dal vociare degli abitanti del villaggio giunti nel bosco per cercarlo. Gli corse incontro e li portò nel posto in cui aveva trascorso la notte: i rami dell’abete erano ancora rivolti a terra e gli abitanti del villaggio capirono presto cosa era successo. Per ringraziare l’abete di quel gesto di generosità decisero di decorarlo con ciò che avevano: sciarpe, cappelli, e guanti…che divennero con il corso del tempo festoni e palline natalizie.

Da quel giorno, secondo la leggenda dell’albero di natale, l’abete venne considerato uno dei simboli del Natale e per questo addobbato.


Oggi è tradizione utilizzare degli abeti finti come alberi di Natale: non profumano come quelli veri ma è comunque un bel modo di onorare e rispettare questi antichi spiriti dei boschi.


fonte Web

domenica 15 dicembre 2024

LA STORIA DEL PUNGITOPO


Era dicembre, la gente se ne stava 

in casa al calduccio perché il freddo 

era intenso e le strade erano tutte 

coperte di neve e di ghiaccio.

Un topolino in mezzo alla campagna 

tremava e batteva i suoi dentini. 

Egli, sorpreso dalla tormenta, 

non era riuscito a raggiungere 

in tempo il suo rifugio. 

Si sentiva perduto e non sapeva 

come fare per non morire assiderato.

All’improvviso, tra l’ammasso di neve, 

notò in lontananza un arbusto verde. 

Il topino si sentì in salvo e si mise 

a correre in quella direzione. 

Prima di rifugiarsi tra i rami di quella 

pianta la salutò e poi le chiese 

ospitalità. 

Il cespuglio gli disse di non aver nulla 

in contrario ad accoglierlo, 

ma era giusto che sapesse subito 

che le sue foglie erano spinose 

per proteggersi dagli attacchi dei 

ruminanti.

"Se vuoi accomodati pure tra i miei rami! Io

 ho fatto il mio dovere ad avvisarti del

 pericolo a cui stai andando incontro." 

Sottolineò la pianta.

Il topolino ci pensò un po’, ma, 

non avendo alternative 

per sopravvivere alla tormenta, 

si infilò con cautela tra i rami 

dell’arbusto.

Pensò tra sé:" Meglio qualche puntura 

che morire stecchito tra la neve!"

Ad un tratto si alzò un vento gelido 

impetuoso ed il topino 

per non essere trasportato via 

nel suo vortice si aggrappò con forza 

con le sue zampette ad una foglia 

dell’arbusto dimenticando le spine.


"Ahi! Ahi! Che dolore." Urlò il povero topino.

Le spine lo pungevano e piccole gocce 

del suo sangue si posarono tra i rami 

della pianta. 

La notte freddissima gelò quelle 

gocce e le trasformò in rosse palline 

di ghiaccio. 

Al chiarore della luna esse brillavano 

come rubini. 

L’arbusto con quelle palline rosse 

era veramente bello ed elegante. 

Ringraziò il topolino di avergli fatto 

quel dono bellissimo. 

La pianta, però, aveva paura di perdere 

quelle palline una volta che l’aria 

si fosse riscaldata ed il gelo 

scomparso, così si rivolse alla regina 

delle piante e le chiese di lasciargliele 

per sempre. 

Il suo desiderio fu esaudito e, 

toccandola con la sua bacchetta 

magica, disse solennemente:

"Io voglio premiarti perché sei stata 

generosa, buona e sincera 

con il topino e meriti un bel regalo 

per il Natale ormai vicino. 

D’ora in poi avrai anche tu, 

come tutti gli alberi, fiori e frutti 

e non solo foglie spinose.

Per ricordare a tutti che i tuoi frutti rossi

 sono nati dal sangue del topolino 

sarai chiamata col nome di Pungitopo".

La pianta commossa, ringraziò 

ripetutamente la regina buona,

mentre scompariva dalla sua vista. 

Il pungitopo pensò tra sé 

che è sempre meglio, a questo mondo, 

esseri buoni, perché dal bene 

nasce sempre altro bene.

La piantina, ammirandosi, 

rimase stupita per la bellezza 

acquistata con quelle bacche rosse 

che l’adornavano. 

Da allora, ogni Natale, la sua felicità 

è grande e completa, 

quando le persone con i suoi rametti, 

abbelliscono le loro case. 

Da quel giorno, infatti, diventò 

una pianta ornamentale natalizia 

che ognuno vuole avere nella 

propria casa perché porta fortuna 

ed è beneaugurante.


dal web 

domenica 8 dicembre 2024

LA LEGGENDA DEL BASTONCINO DI ZUCCHERO NATALIZIO



𝙇𝙚 𝙤𝙧𝙞𝙜𝙞𝙣𝙞 𝙙𝙚𝙡 𝙗𝙖𝙨𝙩𝙤𝙣𝙘𝙞𝙣𝙤 𝙙𝙞 𝙯𝙪𝙘𝙘𝙝𝙚𝙧𝙤

Il famoso bastoncino è fatto di zucchero, ha il sapore di menta ed è bianco a strisce rosse.
Tipicamente associato alla tradizione natalizia nord americana, le prime testimonianze del consumo dei bastoncini di zucchero in questa zona risale al 1847 in seguito all’emigrazione tedesca. Infatti, le origini di questa caramella sono ancor più lontane!
Secondo il folklore, la nascita dei bastoncini di zucchero, inizialmente di colore bianco, risale al 1670 grazie al direttore di orchestra della Cattedrale di Colonia, in Germania, il quale, al fine di rimediare alla confusione causata dai bambini durante la celebrazione della messa di Natale, commissionò questa caramella.

𝑳𝒂 𝑳𝒆𝒈𝒈𝒆𝒏𝒅𝒂

La leggenda narra che un dolciaio lo creò per ricordare Gesù alle persone. 

Tale bastoncino racchiude in sé molti significati:

- Il caramello (di cui è fatto il bastoncino) rappresenta Gesù come la roccia solida su cui sono costruite le nostre vite.

- La forma a “J” sta per Jesus (Gesù) oppure rappresenta la forma di un bastone da pastore (Gesù è il nostro pastore).

- Il colore bianco rappresenta la purezza e   l'assenza del peccato. 

- Le strisce rosse grandi rappresentano il sangue di Cristo versato per i nostri peccati.

- Le strisce sottili invece rappresenterebbero i segni lasciati dalle frustate che Gesù ricevette dai soldati romani per ordine di Ponzio Pilato.

- ll sapore di menta piperita ricorda il sapore dell’issopo che è una pianta aromatica usata nel vecchio testamento per purificare.

dal Web

sabato 7 dicembre 2024

LA LEGGENDA DELLO SCHIACCIANOCI


 

Si narra che, circa duecento anni fa, in un paesino sperduto sulle montagne metallifere della Germania al confine con la Polonia, viveva un contadino. Era una persona molto ricca ma con il cuore di pietra e per colpa del suo brutto carattere non aveva né una famiglia né amici. 

Ogni Natale lo passava da solo nella sua casetta davanti al fuoco a schiacciare le noci che producevano i suoi alberi. Diventato vecchio e stanco di questo lavoro, decise di chiedere aiuto agli abitanti del paese. Offrì una ricompensa a chi fosse stato capace di inventare "qualcosa" per schiacciare le noci senza stancarsi. 

Si presentarono tante persone con le più strane e particolari realizzazioni, ma nessuna di queste entusiasmò il contadino. Per lo meno fino a quando alla sua porta bussò un povero uomo. Era un intagliatore di legna e con sé portava una sagoma di legno con le sembianze di un soldato. 

Era dipinto di colori brillanti e la sua particolarità era la mascella, in grado di schiacciare le noci. Il contadino apprezzò a tal punto questo soldatino "Schiaccianoci" che il suo cuore di pietra si sciolse. 

In seguito, donò tutti i suoi averi a chi ne aveva bisogno e diventò amato da tutti gli abitanti del paese. Il soldatino Schiaccianoci diventò così uno dei simboli tedeschi più importanti della storia e parte integrante delle tradizioni natalizie...

dal Web

LO STRANO FENOMENO CHE SI CHIAMA NATALE

Abbiamo appena finito di riporre nell’armadio le candeline e i gingilli dell’albero, appena finito di rispondere agli auguri dell’anno scors...